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Se vuoi nascere o no di Li Kotomi — Recensione

Ci sono libri che funzionano come esperimenti mentali: ti mettono davanti a una domanda impossibile e ti lasciano lì, senza risposta. Se vuoi nascere o no di Li Kotomi — vincitrice del prestigioso Premio Akutagawa, pubblicato in Italia da Mondadori — è esattamente questo tipo di libro. In poco più di centotrenta pagine, l’autrice costruisce un futuro distopico in cui i nascituri possono esprimere il proprio consenso alla nascita, e usa questa premessa per aprire una voragine di domande etiche su autodeterminazione, corpo, maternità e controllo sociale. Il risultato divide i lettori in modo radicale — e lo fa deliberatamente.

Se vuoi nascere o no
Se vuoi nascere o no
di Li Kotomi
Mondadori
Ottobre 2025

Tokyo, 2075. Ayaka e Ririka sono amiche e colleghe: entrambe incinte, attendono con impazienza l’ottavo mese di gravidanza per scoprire se potranno o meno partorire i propri figli. In seguito a una grave pandemia che ha decimato la popolazione mondiale, infatti, il governo ha istituito il Sistema delle nascite consensuali: dopo un esame accurato, chiamato Conferma, grazie al quale i medici pronosticano la percentuale di soddisfazione e felicità nella vita di una persona, è proprio il nascituro a comunicare la sua decisione scegliendo di venire al mondo o meno. Partorire contro la volontà espressa durante questo esame è considerato reato e le due amiche sono determinate a rispettare la decisione dei figli che portano in grembo. Ayaka e la compagna Kaori hanno desiderato a lungo una gravidanza e non vedono l’ora di poter abbracciare la loro bambina. Nonostante diversi momenti di tensione, come la visita inaspettata della sorella, con la quale i rapporti sono da tempo deteriorati, e le accese manifestazioni pro nascita fuori dagli ospedali, dove numerosi gruppi protestano contro il Sistema, Ayaka è serena, certa che il suo desiderio di maternità si realizzerà. Ma cosa accade quando un meccanismo considerato “giusto” si scontra con le nostre scelte più intime e personali, come quella di diventare genitori?
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Una premessa che nessuno dimentica

Su un punto convergono quasi tutti i lettori, anche i più critici: l’idea di partenza è originale, coraggiosa e impossibile da ignorare. Un sistema statale che, all’ottavo mese di gravidanza, interpella il feto per sapere se intende nascere o meno — con conseguenze legali per chi decide di partorire contro questo responso — è una premessa che aggancia immediatamente l’immaginazione e non la lascia andare. Molti lettori segnalano di aver continuato a pensarci giorni dopo aver finito il libro.

“Un romanzo breve ma potentissimo, che si legge in poche ore e ti accompagna per giorni con le sue domande.”

Il merito di Li Kotomi, riconosciuto trasversalmente, è quello di aver trovato un’immagine narrativa capace di condensare dibattiti antichi — consenso, libertà individuale, ruolo dello Stato nella vita privata — in una forma immediata e viscerale.

Il nodo etico: cosa dice davvero questo libro?

È qui che le strade si separano in modo netto, e talvolta aspro. La premessa del romanzo — un feto che decide se venire al mondo sulla base di un indice di qualità di vita previsto — viene letta in modi opposti a seconda della sensibilità del lettore, e questo genera un dibattito che va ben oltre la valutazione letteraria.

Una parte dei lettori vede nel Sistema delle nascite una metafora potente sull’autodeterminazione corporea e sul diritto a non essere messi al mondo contro la propria volontà futura. Un’altra parte — e non pochi — lo legge come un dispositivo che in realtà svuota di senso il consenso, consegnando il controllo del corpo femminile allo Stato sotto le spoglie di un principio progressista.

“In sostanza è un ulteriore modo di sottomettere la volontà delle donne, facendo il lavaggio del cervello a una società intera parlando di autodeterminazione ma manipolandola a proprio vantaggio.”

C’è anche chi solleva la questione eugenica: un sistema che assegna un indice di felicità previsto al nascituro rischia di favorire sistematicamente chi nasce in condizioni privilegiate, penalizzando in modo strutturale le nascite nei contesti più fragili.

L’esecuzione: troppo breve, troppo densa, troppo didascalica

Al di là del dibattito etico, la critica narrativa più diffusa è una sola e ricorre in forme diverse in quasi tutte le recensioni moderate o negative: il libro non è all’altezza della sua premessa. La brevità — che per alcuni è un pregio, segno di essenzialità — per molti è il limite principale. Le domande che il testo apre avrebbero bisogno di spazio per essere davvero esplorate, e invece vengono lasciate cadere, accennate, o risolte troppo in fretta.

“Se fosse stato più lungo anche solo di una trentina di pagine, l’idea si sarebbe sviluppata maggiormente e più completamente.”

Diversi lettori segnalano anche un problema di stile: i dialoghi tra i personaggi servono più a esporre posizioni filosofiche che a costruire rapporti umani credibili. Le discussioni sull’etica del Sistema risultano a tratti schematiche, con personaggi che sembrano voci di un dibattito piuttosto che individui con una psicologia propria.

Ayaka e gli altri: personaggi come funzioni narrative

La protagonista Ayaka — che sostiene convintamente il Sistema fino a quando il responso non riguarda la sua bambina — è il centro emotivo del libro, ma anche l’elemento più controverso sul piano della costruzione del personaggio. La sua trasformazione da sostenitrice convinta a madre in crisi è il nucleo narrativo più riuscito, ma diversi lettori la trovano troppo meccanica, quasi prevedibile dall’inizio.

“Ho trovato la protagonista molto ipocrita: finché non ha vissuto in prima persona il rifiuto del feto, difendeva il sistema; poi ha fatto di tutto per contestarlo.”

Questa lettura — l’ipocrisia come limite del personaggio — è però contrastata da chi vede proprio in questo la forza del romanzo: la capacità di mostrare come le convinzioni più solide cedano quando smettono di essere astratte e diventano personali. Il punto di vista del lettore sull’intenzionalità di questa scelta narrativa cambia radicalmente il giudizio complessivo.

Il finale: la divisione più netta

Se sulla premessa quasi tutti concordano nel trovarlo interessante, sul finale il disaccordo è totale. Per alcuni la conclusione è coerente, emotivamente giusta, e lascia aperto lo spazio di riflessione necessario. Per altri è affrettato, irrisolto, o addirittura tradisce le premesse del libro scivolando verso una risoluzione troppo accomodante.

“L’ultimo capitolo poteva essere condensato in poche righe — la protagonista si convince che il sistema è buono e accetta di essere una felicissima schiava del sistema.”

La brevità del testo rende questo problema particolarmente visibile: in un romanzo più lungo, un finale aperto ha il peso di tutto ciò che è venuto prima; in una novella di centotrenta pagine, rischia di sembrare semplicemente incompiuto.

Conclusioni — Analisi comparativa

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